martedì 8 novembre 2011

PAOLO, LO SCEMO DEL VILLAGGIO

Replicare a un cretino come Paolo Villaggio e’ fin troppo facile ma l’ occasione della sua ennesima bestialita’ a sfondo razziale e’ proficua per analizzare un po’ la questione della “mentalita’”, un eufemismo usato dai politicamente corretti per indicare in realata’ un popolo o una categoria.
Infatti, qual’ e’ la mentalita’ dei Liguri o dei Pescaresi?
Se fosse vero che a 150 anni di distanza abbiamo conservato entrambi cosi’ profonde radici, ci sarebbe da rallegrarsene, sarebbe davvero un esempio eccezionale di attaccamento alle proprie identita’ e alla propria specificita’. Purtroppo non e’ cosi’. Tra il cesso ligure e il cesso pescarese che competono per poter entrare nel “grande fratello”, che differenza c’e'? A parte una leggera inflessione dialettale, sono identici, due mostri sub umani appartenenti in tutto alla stessa identica specie e che si riconoscono pienamente nella stessa comunita’ di idioti.
Altrettanto possiamo dire per molte altre questioni. Le statistiche sui divorzi, sulle storiacce infami di corna e scambisti che imperversano, perfino per l’inconsistenza dei loro cosiddetti “rappresentanti politici”, non mostrano segni inequivocabili di distinzione geografica, a meno di non enfatizzare modeste differenze percentuali.
Trovate “borbonico” D’Alema e “anglosassone” Casini? Scambiate le inflessioni dialettali e faticherete a riconoscere chi dei due e’ quello giusto.
O vi sembra “Anglosassone” l’ebete sindaco di Genova mentre sarebbe “Borbonico” l’altrettanto ebete sindaco della nostra citta’? Sono uguali.
Uguali sono i settantenni che “sognano un amore” e cosi’ lasciano la povera moglie o il povero marito che magari ha una grave malattia, soli e senza aiuto, per farsi “una compagna” o un nuovo “compagno” che dura si e non un anno solare. Uguali sono i dirigentelli delle grandi e medie aziende, manager maneggioni e mangioni, ignoranti, arraffoni e coglioni che sono stati sfornati dalle varie Bocconi o Luiss e non hanno fatto una sola giornata nel cantiere o nella fabbrica a vedere almeno come si lavora.
Dove sono i Borbonici o gli Anglosassoni Vittoriani in queste squallide vicende?
Eppure e’ questa la mentalita’ che prevale, nelle Duesicilie come in Padania, a livello di volgo e a livello di classe dirigente. E’ la mentalita’ di chi non vuole e non sa prendersi una responsabilita’, che antepone il godimento piu’ volgare a qualsiasi altra cosa, perfino ad altri piu’ elevati godimenti, figuriamoci al dovere o all’ etica. Questa lordura viene da lontano, Paolo, lo scemo del Villaggio, dovrebbe esserne cosciente, visto che ha vissuto la tragedia di un figlio tossicodipendente ma a quanto pare non lo e’.
La mentalita’ che ha unificato non solo l’ Italia padana a quella duosiciliana ma anche l’ Albania, la Romania, la Francia, la Germania……. chi piu’ ne ha, piu’ ne metta, e’ quella indotta dal consumismo e dalla guerra senza tregua ai valori “tradizionali” che in realta’ sono semplicemente universali, portata avanti dalle elite mondialiste (chiamiamole pure massoniche ma rispetto ai massoni ottocenteschi, questi sono la mala copia sia per obiettivi sia per capacita’).
Il consumismo prevede innanzitutto uguaglianza di gusti ovunque e quindi senza troppe distinzioni tra borbonici, anglosassoni e teutonici.
Azzerare le caratteristiche distintive di popoli ecomunita’.
In secondo luogo prevede che ogni persona sia da sola, preda dei suoi falsi bisogni che devono essere continuamente alimentati ed esagerati, perche’ sia schiava del contingente e dei propri vizi.
L’esempio assoluto sono il fumatore accanito e il beone che spendono mucchi di denaro per cose che gli fanno male, li fanno stare male ma di cui non sono in grado di liberarsene perche’ ne sono psicologicamente, prima ancora che fisicamente, dipendenti. Le colpe non sono soltanto del “beone quadratico medio” che e’ diventato, in larga misura, il nostro prossimo ma del sistema che a tale punto spinge gli individui. Nessuno resta immune, anche noi, anche io che scrivo sono un “beone” anche se spero di esserlo meno del “quadratico medio”.
Prendiamo l’ esempio del dissesto idrogeologico da cui ha preso il geniale spunto lo scemo del Villaggio.
Avere un pezzo di terra che non sia edificabile e, quanto prima edificato, equivale ad avere non una rendita ma spese continue e grane infinite, senza alcun riconoscimento. Mantenere una simile proprieta’ e’ una battaglia che se non hai bei soldi in tasca, prima o poi perdi. Ho un pezzo di terra sulle colline di San Giovanni, antiche eredita’ di famiglia contadina che per me sono quasi una croce: devo continuamente spendere dei soldi, devo pagare tasse, sono perennemente assillato da richieste di pagamenti o di minacce per varie inadempienze. E non ce la faccio a pagare, cosi’ un po’ alla volta pago anche le more e le multe. Fin che riusciro’ a pagare, dopo alzero’ bandiera bianca.
Se avessi brigato per renderle edificabili, avessi fatto una di quelle villacce da bifolchi rivestiti che si vedono nei poderi accanto al mio e avessi venduto il rustico immondo col terreno incolto attorno, avrei dei soldi netti, pagata la tassa, una volta per tutte, non dovrei piu’ pagare niente e spendere niente, potrei comprare un buco fetuso al centro per affittarlo come negozio e farmi un ulteriore rendita.
Questo avviene a San Giovanni, nelle Duesicilie Borboniche ma nella integerrima Liguria Vittoriana dello scemo del Villaggio come va?
Stessa identica cosa.
Anche li’, infatti, chiunque ha potuto, ha costruito, ha cementificato, ha venduto, ha fatto il negozio, il residence, il centro sportivo o turistico, senza esitare.
Possiamo dargli torto?
Invece di prevedere una remunerazione per chi mantiene il paesaggio, manutiene le colline e i fossi, preserva il territorio, sono previste tasse e batoste appena qualcosa non va. Allora si svende, si cementifica, si distrugge, almeno si campa. La classe dirigente consumista vive alla giornata, all’ arraffo, non pensa al domani. E la gente si adegua, alcuni col mal di pancia, altri ben felici ma si adeguano quasi tutti e quando si diventa “quasi” l’ effetto devastatore e’ lo stesso che se si fosse “tutti”.
Ma allora cosa fare per cambiare “mentalita’”, senza bisogno di scomodare gli illustri Borbone di cui siamo fieri e gli illustri Vittoriani anglosassoni a cui va, da “nemici”, tutta la nostra cavalleresca stima?
Intanto occorre che chi ha ancora coscienza della tragedia epocale che si sta consumando, si organizzi e metta insieme le forze con gli altri che la pensano se non come lui ma che abbiamo almeno la stessa sensibilita’.
Insieme, poi, occorre cominciare a farsi valere, smettere di subire. Servono azioni dimostrative che impediscano fisicamente all’ ennesimo ipermercato di aprire e, se non si riesce a impedire l’ apertura, per lo meno che impediscano agli ennesimi deficienti che fanno a pugni per entrare di accedere.
Dobbiamo superare le solite dotte lagnanze delle associazioni di commercianti e degli esseri “umani” schifati dei sub-umani.
Bisogna pretendere che i fondi europei non vadano a chi fa “vendemmia verde” (come non odiare queste merde europeiste che coniano perfino simili infami appellativi!).
Bisogna difendere chi coltiva la terra, sostenerlo a “trasgredire”, come hanno dovuto fare recentemente i nostri pastori per poter fare la transumanza: hanno dovuto infrangere una caterva di regole e regolamenti e rifiutarsi di pagare le multe relative, pazzesco ma e’ stato cosi’.
Dobbiamo appoggiare anche fisicamente chi chiede un riconoscimento perche’ nel suo podere ci sono alberi di alto fusto con radici profonde, insomma, bisogna aiutare in tutti i modi chi va premiato perche’ non specula e non puo’ speculare.
Questo vale anche per i piccoli negozi e gli esercizi commerciali ancora esistenti nella della citta’ e non nei centri commerciali.
Non aspettiamoci piu’ un pacifico riconoscimento dall’ alto, dovremo conquistarci la nostra tutela idrogeologica, i nostri stili di vita non devastanti, la nostra societa’ “solidale” e lo dovremo fare con la forza perche’ non si ha diritto senza forza (Dario Paccino, ex DP, lo scemo del Villaggio era un suo commilitone ma non credo abbia mai letto il libro “gli invendibili” da cui e’ tratta la frase). Quindi dobbiamo impegnarci ad essere piu’ forti, a pesare di piu’, a farci rispettare e non stare impauriti e indignati a macerare nel nostro rammarico e nella nostra indignazione.
Possiamo farcela, noi Abruzzesi a recuperare la nostra borbonica dignita’ e loro, i Liguri, a recuperare la loro, se sia quella Vitoriana anglosassone di cui parla l’ imbecille o un’altra, non importa, va bene lo stesso.

Inchiesta: LA GRANDE EVASIONE di Giovanna Boursier

Inchiesta: LA GRANDE EVASIONE


E' stata appena varata una manovra da 60mld ma per arrivare a questa cifra, nelle intenzioni del governo, sarà centrale il contrasto e la lotta all’evasione. E’ previsto per esempio anche il recupero dei 4 miliardi mai versati previsti nel condono del 2002. Ci sarebbe poi l'intenzione di recuperare denari dalla lotta al lavoro nero e alla sotto fatturazione: un giro d’affari di circa 260 miliardi l’anno che coinvolge un po’ tutti, dal piccolo commerciante, che se può evita di fare tutti gli scontrini, alla grande impresa che evade mettendo in campo i metodi più sofisticati.
Alla fine l’evasione stimata è di circa 120 miliardi l’anno. Oltre all’evasione però c’è un modo più sottile e ambiguo di non pagare le tasse: l’elusione. Non violi la legge ma l’aggiri con l'ausilio di finanziarie estere e sfrutti le detrazioni fiscali. Tra il 2005 e il 2009 l’han fatta quasi tutte le banche, da Unicredit a Intesa, da Credem a Popolare di Milano, a Carige e Monte dei Paschi. Adesso il fisco contesta loro miliardi. Quasi tutte han deciso di transare con l’Agenzia delle Entrate che ha riscosso, per ora, più di 500 milioni. La Procura di Milano intanto ha appena sequestrato 245 milioni a Unicredit, e sottoposto a indagini anche l’ex amministratore delegato Alessandro Profumo.
Giovanna Boursier ricostruisce alcuni meccanismi della grande evasione, per raccontare soprattutto in che modo e con quali risultati lo Stato riesce a contrastarla. L’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza ogni anno accertano miliardi di euro evasi, ma poi quanto recuperano effettivamente? E quando nasce un contenzioso, se ne occupano le Commissioni Tributarie. Ma con quali risultati?

FONTE Report Rai

lunedì 7 novembre 2011

Proponiamoci di comprare i regali di Natale dai piccoli imprenditori

Proponiamoci di comprare i regali di Natale dai piccoli imprenditori, dal vicino che vende dal catalogo, oppure quello che fa orecchini, dall'amica che vende su internet. Facciamo in modo che i nostri soldi arrivino a gente comune che ne ha bisogno e non alle multinazionali, così facendo molte più persone potranno vivere un Natale felice. Se sei d'accordo ......  "attivati"
Saverio Brigante Piccirillo

www.sannioimprese.it

Giappone: premier riduce del 30% il suo stipendio per ricostruire aree colpite dal sisma


Tagli alla classe politica. Yoshihiko Noda, premier giapponese ha deciso di cominciare da se stesso, riducendo del 30% il suo stipendio al fine di finanziare la ricostruzione nelle aree maggiormente colpite dal sisma/tsunami dello scorso marzo, al contrario i ministri e i viceministri hanno rinunciato ad un 20%. Queste misure vanno ricomprese in un più grande disegno di legge che intende diminuire in media gli stipendi dei dipendenti pubblici del 7,8% fino a marzo del 2014. Una volta varato, il provvedimento farà risparmiare ben 290 miliardi di ven annui (all'incirca 2,7 miliardi di euro).

domenica 6 novembre 2011

Nelle acque minerali tracce di alluminio,arsenico e perfino uranio:quello che le etichette non dicono e le leggi permettono.

Roma - Berillio, manganese, alluminio, boro, arsenico e perfino uranio.
Le acque minerali che consumiamo ogni giorno contengono ben più degli elementi chimici che sono riportati nelle etichette.
Alcuni di questi elementi off-label non sono dei veri e propri toccasana per la salute.
Una ricerca ha analizzato il profilo chimico delle acque minerali più diffuse in Italia.
Confronta i risultati con la Tabella limiti concentrazioni acque minerali
Nonostante le numerose sorgenti di acque naturali sparse sul territorio che alimentano gli acquedotti, gli italiani sono infatti i maggiori consumatori di acque minerali del mondo. Ne compriamo 12miliardi di litri ogni anno, circa 200 litri ciascuno, e un italiano su 2 dichiara di bere solo acqua imbottigliata.
Fra il 2008 e il 2010, un gruppo di ricercatori italiani (Benedetto de Vivo, Annamaria Lima, Stefano Albanese, Lucia Giaccio dell’Università Federico II di Napoli, Domenico Cicchella dell’Università degli Studi del Sannio di Benevento, Enrico Dinelli dell’Università di Bologna, Paolo Valera dell’Università di Cagliari) ha partecipato a un progetto dell’Unione Europea mirante a conoscere lo stato delle acque sotterranee di tutta Europa per, fra le altre cose, poter legiferare opportunamente in modo da uniformare tutti i limiti a livello europeo.
I ricercatori, che hanno lavorato in collaborazione con scienziati dell’EuroGeoSurveys Geochemistry Export Group hanno raccolto 186 campioni provenienti da altrettantebottiglie di 158 marche di acque minerali italiane fra le più diffuse, e ne hannoanalizzato il contenuto in termini di sostanze chimiche ritenute nocive.
Le ricerche del gruppo italiano sono confluite nel grande Atlante Europeo delle Acque Minerali (Geochemistry of European Bottled Water) presentato appunto dell’EuroGeoSurveys, che ha tracciato i profili chimici delle acque minerali di 38 diversi paesi europei.
Per quanto riguarda le sostanze chimiche riscontrate e ritenute dannose, si tratta di elementi che, naturalmente, sono nocivi alle dosi “sbagliate”. Dosi che sono stabilite dalle leggi, ma non sempre.
«Questo è uno dei primi problemi in cui si imbatte: i limiti di legge» spiega Paolo Valera. «In Italia non sono stati stabiliti limiti massimi alla concentrazione di alcune sostanze più che sospette come berillio, fosforo, molibdeno, tallio, uranio.
Una delle spiegazioni potrebbe essere che gli effetti tossici, a determinate concentrazioni, di queste sostanze sull’uomo sono ancora oggetto di studio. Ma è incomprensibile, ad esempio, perché non sia stata fissata una regola per l’uranio, che sappiamo chiaramente essere un elemento dannoso».
Le perplessità a proposito del DM 29/12/2003 sulle acque minerali nascono anche quando si vanno a confrontare i “tetti massimi” di concentrazione chimica che questo prescrive con quelli fissati dal decreto legislativo 31/2001 (sulle acque destinate al consumo umano).
Alcune sostanze hanno infatti limiti ben diversi, nei due casi. Il boro, ad esempio, è tollerato fino a 5000 microgrammi/litro nelle acque imbottigliate, mentre può essere presente solo fino a 1000 microgrammi/litro (5 volte di meno!) nell’acqua del rubinetto.
Lo stesso dicasi, per il manganese, ammesso fino alla concentrazione di 500 microgrammi/litro nelle acque minerali e tollerato invece solo fino a 50 microgrammi/litro nell’acqua del rubinetto. Come se il nostro corpo diventasse improvvisamente immune ai loro effetti nocivi semplicemente bevendo da una bottiglia.
«Non ha nessun senso logico che questi limiti siano diversi – continua Valera – non ce n’è motivo. Esistono dei limiti, quello è comprensibile, che sono a volte diversi fra Italia, Europa, Stati Uniti e valori guida dell’OMS. Per l’Italia, i diversi limiti imposti per acqua del rubinetto e acque minerali  andrebbero uniformati. Ma finora c’è stato un “difetto” nella scrittura di questi strumenti legislativi che ha portato a qualche problema. In ogni caso, io farei riferimento al limite dell’acqua del rubinetto».
Facciamo allora un po’ di nomi e cognomi.
L’esposizione all’alluminio, come dimostrano diversi studi epidemiologici è un fattore di rischio per la comparsa e la progressione del morbo di Alzheimer. E sia l’OMS che la legge italiana per le acque potabili fissa in 200 microgrammi/litro la concentrazione massima. Peccato però che questo limite non sia presente per la legislazione che regolamenta le acque minerali. E quindi l’Acqua di Nepi (237) e l’acqua Sandalia(267) sono nei limiti di legge, ma non in quelli di salute.
L’arsenico è un noto elemento cancerogeno (è associato a diversi tipi di cancro, come cancro alla pelle, polmoni, vescica, rene e altre malattie della pelle) e tutte le acque minerali campionate sono risultate al di sotto del tetto massimo di 10 microgrammi/litro.
Tuttavia, secondo gli scienziati, andrebbero monitorate quelle acque che hanno un valore superiore a 5, e cioè Acqua di Nepi, Frisia, Funte Fria, Vaia, Levissima,Orvieto, Sant’Anna di Vinadio e Candida.
Il caso del berillio è molto singolare. E’ classificato dall’EPA, l’agenzia per la protezione ambientale americana, come elemento cancerogeno di classe A – ossia provoca il cancro nell’uomo – ed è uno degli elementi più tossici della tavola periodica. La legislazione ambientale italiana se n’è accorta e se una falda acquifera presenta più di 4 microgrammi/litro (dato fissato proprio dall’EPA) si rende subito necessario un intervento di bonifica (anche se non è destinata al consumo umano). Ebbene, nelle tabelle che riportano i limiti per le acque minerali, non è prescritto nessun valore massimo. L’Acqua di Nepi fa registrare una concentrazione di 4,69 microgrammi/litro.
Anche sul boro vengono fuori cose abbastanza sorprendenti. In termini di legge, il valore guida dell’OMS fissa una concentrazione massima di 500 microgrammi/litro. Ma in Italia siamo dei supereroi: per le acque del rubinetto, la tolleranza è fissata a 1000 microgrammi/litro, e per le acque minerali arriviamo addirittura a 5000 microgrammi/litro. Nonostante il fatto che il boro sia un elemento potenzialmente pericoloso che alcuni test condotti su animali hanno dimostrato attaccare soprattutto l’apparato riproduttivo maschile. Le acque minerali nostrane sono tutti nei (larghi) limiti di legge, ma l’acqua Toka arriva oltre (1170) il limite fissato per l’acqua del rubinetto. Se invece ci riferiamo al valore massimo secondo l’OMS, allora i bocciati sono di più: l’acqua Ferrarelle arriva a una concentrazione di boro di 551 microgrammi/litro, la Fonte Chiara tocca i 536, la San Martino si attesta su 847, laSandalia su 849, Uliveto su 548, Claudia su 738.
Il fluoro, in alte concentrazioni, può provocare fluorosi dentale e fluorosi scheletrica. Anche qui l’anomalìa legislativa tutta Italia fissa un tetto massimo di 1,5 milligrammi/litro nell’acqua di rubinetto ma di ben 5 milligrammi/litro nelle acque minerali. Rispetto a questo limite, solo la Sandalia è in difetto (7,93). Se invece guardiamo al valore 1,5 (che è anche quello fissato dalle linee guida dell’OMS) sono diverse le marche che lo superano: Acqua di Nepi (1,64), Acqua Claudia (1,52),Egeria (1,71), Santa Lucia (2,33).
Per quanto riguarda il manganese, che è un elemento essenziale per la sopravvivenza umana ma che in alte concentrazioni ha effetti tossici sulle vie respiratorie, sul cervello e sull’apparato riproduttivo maschile, il limite fissato per le acque di rubinetto è 50 microgrammi/litro, mentre per le acque minerali è dieci volte tanto (500). Ma c’è da dire, stavolta, che qui il valore guida dell’OMS è 400 microgrammi/litro. In Italia, comunque, si rientra abbondantemente nel limite dei 50, e solo l’acqua Santa Lucia tocca il valore di 124,5 microgrammi/litro.
Il sodio è uno dei macronutrienti più importanti dal punto di vista biologico. Una sua carenza provoca problemi di salute, ma anche un suo eccesso può causare i ben noti danni all’organismo, ad esempio ai vasi sanguigni. Tutte le acque minerali analizzate rientrano nei limiti di legge, anche perché questi limiti non sono stati fissati. Se invece guardiamo ai valori guida dell’OMS, che coincidono con i limiti di legge stabiliti (quelli sì) per le acque di rubinetto, 200 milligrammi/litro, sono molte le acque anche li superano. Dalla più alta concentrazione alla più bassa: San Martino (774), Sandalia(527), Toka (428) , Santa Lucia (293) e infine Sveva (222)
L’uranio, certamente tossico, nella legislazione italiana non ha limiti massimi di riferimento, né per le acque minerali né per le acque del rubinetto. Rifacendosi al valore guida di 15 microgrammi/litro dell’OMS, l’acqua Rocce Sarde raggiunge una concentrazione di 31 microgrammi/litro, dovuta all’ubicazione della sorgente in rocce granitoidi. Le altre marche sono ben al di sotto del valore di 15, anche se val la pena segnalare i valori di 11,85 dell’acqua Santa Lucia (acquistata in Sardegna) e di 10,95 dell’acqua Courmayeur comprata in Val d’Aosta.
L’azione tossica del vanadio è confinata al tratto respiratorio: sono frequenti bronchiti e broncopolmoniti fra i lavoratori esposti a composti del vanadio. In Italia è fissato un tetto massimo di concentrazione solo nelle acque del rubinetto, ed è di 50 microgrammi/litro, mentre per le acque minerali non è prevista alcuna limitazione. Se ci riferiamo a quella soglia, tutte le acque minerali sono al di sotto di quel valore, ma l’acqua Leggera della Basilicata tocca i 48.9 microgrammi/litro.
«Si tratta naturalmente di campioni prelevati dai supermercati, e in qualche caso in cui si superano i limiti ci sarebbe bisogno di approfondimenti, di ulteriori ricerche. Ma, purtroppo, ora come ora le varie politiche della ricerca messe in campo non ci permettono di procedere in questo senso. Non abbiamo sufficienti risorse e i blocchi delle assunzioni peggiorano di molto le cose. Anche le nostre strumentazioni in qualche caso sono obsolete.
I campioni li abbiamo fatti analizzare a Berlino, dal Servizio Geologico Tedesco, perché siamo riusciti ad arrivare a una intesa che ci ha accordato un finanziamento europeo che copriva le spese. L’EuroGeoSurveys ha trovato dunque le risorse che ci hanno permesso di inviare i nostri campioni e non pagare le analisi (che costerebbero ognuna intorno ai 200 euro). Ma, per esempio, le bottiglie le abbiamo comprate con soldi nostri e abbiamo fatto le spedizioni in Germania di tasca nostra. Se avessimo deciso di percorrere l’iter universitario, aspetta e spera…» ha concluso Valera.
 
FONTE: free-italy.info

sabato 5 novembre 2011

”Se l’Italia non fosse nell’euro…”

Il giornalista economico britannico Evans-Pritchard: “L’economia italiana è debole solo secondo i parametri di Maastricht. Se avesse ancora una banca centrale sovrana non sarebbe in questa situazione. La Bce? Incompetente e arrogante”
Il giornalista economico britannico Ambrose Evans-Pritchard, responsabile della sezione economica internazionale del Telegraph, ha scritto pochi giorni fa in un suo articolo:
“Lasciatemi aggiungere che l’Italia non è fondamentalmente insolvente. È in questi pasticci perché non ha un prestatore di ultima istanza, una banca centrale sovrana o una moneta sovrana. La struttura dell’euro ha trasformato uno stato solvente in uno insolvente. Ha invertito l’alchimia”.
Affermazioni degne di nota che Peacereporter ha chiesto a Evans-Pritchard di spiegare.
 Fondamentalmente la posizione debitoria italiana è solida - ci ha detto il giornalista britannico al telefono - perché non esiste solo il rapporto debito pubblico/Pil stabilito dal Trattato di Maastricht.
Se tra i criteri di sostenibilità di un economia si considera anche il debito privato, l’Italia risulta uno dei Paesi più stabili d’Europa. L’indebitamento delle famiglie italiane e delle società non finanziarie italiane è il più basso d’Europa (42 per cento del Pil, contro il 103 britannico, l’84 spagnolo, il 63 tedesco e il 51 francese, ndr) e ciò rende il debito aggregato italiano (pubblico più privato) inferiore a quello di Gran Bretagna, Spagna e Francia, e analogo a quello della Germania.
Inoltre lo Stato italiano è uno dei pochi al mondo ad avere un avanzo primario, ovvero a incassare più di quello che spende, al netto degli interessi che paga sul debito pubblico.
Considerate queste condizioni, se il vostro Paese non fosse entrato nell’euro e aveste quindi una banca centrale sovrana in grado di attuare una politica monetaria autonoma espansiva a sostegno dello sviluppo la situazione dell’Italia sarebbe molto migliore. Ovviamente stiamo parlando in linea puramente teorica, perché ormai che siete dentro non potete uscirne: sarebbe una catastrofe per voi e per l’Europa in generale.
Il problema è che la direzione in cui stiamo andando è proprio questa, perché la politica economia della Bce produce risultati nefasti.
La politica monetaria restrittiva della Bce, che anche in questi ultimi anni di piena recessione ha pedissequamente osservato il suo dovere statutario di tenere bassa l’inflazione tenendo alto il costo del denaro, ha ristretto il credito e di conseguenza ha rallentato la crescita di tutta l’Europa. E ora pretende di salvare Paesi in recessione come Grecia e Italia imponendo loro riduzioni salariali e tagli occupazionali che bloccheranno crescita e sviluppo.Incompetenza, per non dire di peggio.
A questo si sommano la pericolosità politica dell’azione della Bce, che impone i suoi diktat in maniera arrogante e offensiva della sovranità nazionale. Si pensi al piano per la Grecia che prevede l’apertura ad Atene di uffici europei permanenti per monitorare l’applicazione di queste misure, come una sorta di viceré europeo.
Enrico Piovesana 

Berlusconi al G20: “L’Italia è un Paese benestante”

«Mi sembra che in Italia non si avverta una forte crisi. La vita in Italia è la vita di un Paese benestante. I consumi non sono diminuiti, i ristoranti sono pieni, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto»

venerdì 4 novembre 2011

Produci, consuma e poi crepa - Ascanio Celestini

“Il perché d’un’emergenza”

Inizia una rubrica settimanale che ogni Venerdì sarà presente sul quotidiano “TERRA”, dal titolo “…di bassa LEGA”. Il PARTITO DEL SUD se ne farà carico, e c’è un perché. Saremo ospiti, onorati di esserlo per una serie di assonanze e convergenze d’idee con gli amici VERDI. Tenteremo, di volta in volta, di denunciare specifiche iniziative, notizie, vergogne di vario genere, di cui questa iattura politica che rappresenta la LEGA NORD si fa carico ormai da diversi anni, tanto che la loro attività possa essere tranquillamente classificata “ ..di bassa LEGA”. Questo primo pezzo non può che avere il carattere della presentazione, e prenderà invece sempre più il profilo d’articoli mirati su specificità e magagne su cui ormai risulta non più procrastinabile sorvolare, senza che la pubblica opinione dotata di un minimo d’onestà intellettuale ne abbia conoscenza e consapevolezza. Il Partito del Sud, che è nato nel 2007, nasce con l’intento di dare una rappresentatività politica al Sud, degna di questo nome. E’ una forza identitaria e progressista, federalista costituzionale unitaria, che si rifà alle lezioni di Guido Dorso, di Salvemini, Gramsci e Cattaneo. Non ha nulla a che spartire con le aggregazioni finto/meridionaliste tipo “Grande Sud” (Miccichè, Poli Bortone, Scotti), appiattite nell’area di centrodestra, a sostegno del governo più antimeridionale dalla nascita della Repubblica ad oggi ed alleato della Lega. Come si possa essere meridionalisti, a difesa del proprio territorio e del suo ambiente, e votare le leggi della Lega resta un mistero, o meglio l’ennesimo “pacco” che si vuol rifilare al meridione da parte di politicanti di vecchio mestiere (ex Forza Italia, AN e DC) che tentano di cavalcare l’onda del fervore meridionalista ad uso e consumo dei soliti interessi privati, prevalentemente nordisti. Il Partito del Sud ha partecipato già a diverse competizioni elettorali, come alle comunali di Gaeta nel 2007 dove ha vinto le elezioni unitamente alla lista civica del sindaco Antonio Raimondi, e gestisce l’assessorato al Demanio col suo Presidente Onorario Antonio Ciano. E’ stato presente alle elezioni di Latina, Suzzara (Mantova), Grosseto, Caserta, Casale di Principe, e con una sua lista nella coalizione vincente a sostegno dell’elezione di Luigi de Magistris a Napoli, dove da la sua collaborazione alla relativa giunta. Tra le parole d’ordine che lo caratterizzano vi è lo slogan “mai con la Lega e i suoi alleati!”, e questo ci avvicina oltremodo alla condivisa opinione con i Verdi d’un’emergenza da affrontare. Basta con le iniziative solamente condite di pur sana ironia, tutta mediterranea, ma facendo il salto di qualità della vera e dura denuncia verso le nefandezze di questa forza politica che con l’8/9% condiziona tutta la politica, indirizzandola in un corollario di scellerate leggi e provvedimenti in gran parte indirizzati contro il Sud. La predica, tra l’altro, di questi signori arriva da un pulpito inappropriato per qualità ed onestà che non ne giustifica oltremodo il prosieguo. Ce ne faremo carico di svelare e denunciare l’inadeguatezza anche da questa tribuna con l’opportunità concessaci. Grazie amici Verdi.

Fonte : Terranews

Le regioni del nord regine dell'export europeo ma è il sud Italia a crescere più velocemente

Uno studio di Intesa Sanpaolo e di Smr-Studi e ricerche meridionali sfata alcuni luoghi comuni sulla scarsa proiezione internazionale delle aree meridionali del paese. Sicilia, Lazio e Campania, negli ultimi cinque anni, sono quelle che hanno guadagnato più posizioni

  MILANO - La si potrebbe intendere come la rivincita economica delle regioni del centro-sud su quelle del "ricco" settentrione. Non ancora dal punto di vista dei numeri: in termini assoluti sono ancora dalla parte delle imprese del nord. Stiamo invece parlando di dinamismo e di tendenza alla crescita in campo internazionale: a sorpresa, si scopre che sono le regioni del dell'Italia centrale e meridionale quelle che - negli ultimi cinque anni - hanno mostrato un maggiore vivacità. Mentre le regioni settentrionali, pur rimanendo ai vertici delle posizioni in campo europeo, sono rimaste statische sulle loro posizioni.

E' uno degli spunti più interessanti del documento frutto del lavoro congiunto dell'ufficio studi di Intesa Sanpaolo e da Srm -Studi e ricerche per il mezzogiorno che ha come tema "L'apertura internazionale delle regioni italiane". In cui si trova conferma della vocazione delle regioni del nord all'ettività di esportazione. Nella classifica delle aree dell'Europa occidentale per la propensione all'expor, le regioni settentrionali rimangono ai vertici: se primi sono i tedeschi del Baden-Wuttemberg, subito dopo viene il Friuli-Venezia Giulia. E se al terzo posto troviamo la Baviera, subito dopo abbiamo Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia.

Ancora meglio se consideriamo la classifica per la presenza sui nuovi mercati sul totale delle esportazioni. In questo caso, in testa c'è il Friuli, che si lascia alle spalle la Baviera e poi Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Ma queste, tutto sommato, sono solo conferme di quanto accaduto nei primi sette mesi dell'anno, che hanno visto l'export dell'Italia aumentato del 14% contro il +13,8% della Germania e il +7,6% della Francia. Non a caso, nei primi sei mesi del 2001, ben undici regioni italiane (nelle esportazioni manifatturiere) hanno fatto meglio della Germania, salendo oltre il 13,8%.

Ma oltre alle conferme ci sono le sorprese. Lo studio ha individuato un indice di internazionalizzazione delle regioni italiane, in base al quale dal 2006 al 2010 a essere cresciute di più non sono le regioni del Nord, ma Sicilia, Lazio, Campania e Calabria. "E' vero che partivano da livelli più bassi - ha spiegato Gregorio De Felice, capo ufficio studi di Intesa - ma il passo avanti è significativo".

In altri termini, il nord si conferma per il maggior peso, ma è il sud a prendersi tutti i primi posti per maggior dinamismo. Il centro Italia è la macro-area che presenta la maggior crescita sullo scenario internazionale (+15,9%), la Sicilia dimostra la miglior prestazione nell'indicatore economico di "apertura internazionale" negli ultimi cinque anni e la Campania la migliore dinamica dell'indicatore di apertura commerciale, calcolato come rapporto tra interscambio commerciale e Pil (+13,8%), in un contesto economico non certo positivo".


FONTE repubblica.it

"I PECORONI"

Il mio Sud è fatto di persone sane e belle. Son quelle che se pur taluni non lasciano la mancia al bar o un po di spicciolo al semaforo o non pagano tutto, tutto il dichiarabile, - purché non evadano prevaricando su  un suo simile … ma qui son mosche bianche perché verrebbe diseredati  della propria appartenenza -  restano persone pulite.
La storia ci vuole vinti, sconfitti. Quando si perde il territorio si diventa colonia e a quella comunità umana, si può dir tutto il male di  possibile facendolo  passare  come giudizio normale, regolare, addirittura legittimo! Hanno perso, dunque, inferiori.
Il fatto che fece sorgere la ormai la sfiancante “questione meridionale” fu  che, in verità, non perdemmo mai la nostra terra, insomma non si è mai  perso!
Che abusarono dei colonizzati,- e ancora rastrellano - ebbene ciò, non ha mai spento la vigoria che fu d’allora, che pur se traditi, ma per eroismo e coraggio non caddero. Noi siamo i loro indegni pronipoti che non dimenticano.
Ci vogliono ignoranti ma non lo siamo! Siamo la culla  della civiltà occidentale; ci vogliono sozzi e sfaticati ma abbiamo dimostrato al mondo il contrario. Siamo quelli che buttano il sacchetto dei rifiuti dalla finestra? Una leggenda metropolitana, però possibile per alcuni solitari individui. E’ come se si dicesse, che per via delle fanfaluche di Calderoli e Bossi,  tutto il Nord è ebete. Venne quel tempo che si chiamò Rastrelli – Bassolino, il tempo che segnò il passo della politica  locale corrotta dai corruttori filopiamontesi che ci lasciava vivere senza il servizio della rimozioni dei rifiuti. E’ bastato un minimo di funzionalità della “differenziata” e, al solito, tutti si sono mossi, come congegni a scatto, verso il più alto civismo. Basta, però, che si fermi e crolla tutto e ricominciano le immagini e l'ingiuria
Siamo quelli che sparano dalle finestre o acquattati sui terrazzi, con fucili di precisione per colpire  turisti che s’azzardano a venire al sud o quell’altro per vendicarsi, ma poi dei coraggiosi giungono - da ogni regioni o da altri paesi - pur scoraggiati dalle immagini accompagnati da commenti malevoli e restano, invece,  stupiti, esterefatti per la menzogna.
Siamo quelli delle montagne di rifiuti, ma già in altre città se ne vedono come accadde a noi e pare siano in difficoltà per le polveri dei termovalorizzatori. Siamo quelli dello scippo, … come negarlo, ma il totale di tutti i tipi di reati sono nelle città del Nord e Centro d’Italia. Roma in questi due ultimi anni - ce ne dispiacciamo- è letteralmente assediata dalla delinquenza e violenza
Anni addietro, lo ricordo come un incubo,  un nostro quotidiano che si diceva della città,  metteva sul nome della testata, come una sorta di display di un TELETHON,  quanti morti per camorra cadevano sulle nostre strade ogni giorno. Non ho visto il “Messaggero” fare lo stesso.  Siamo anche quelli della pizza, mandolino e pummarole. Si è vero e  li abbiamo resi prodotti protetti e unici e appartenenti esclusivamente alla nostra terra , … dei mandolini, invece,  un’arte pregevole.  Siamo quelli che nel DNA. (secondo il leghista Giorgio Bocca, quello della Resistenza) hanno l’apatia e l’arretratezza nei genoma per volere divino.
Un giorno vorrò interessarmi della biografia del Bocca, … son certo che quel signore l’unica resistenza che ha visto è quella “do fierro pè stirà ‘e panne”
Sembra incredibile! Ma orami nessuno più, nell’intimo, ci crede!  Il “luogo comune” oggi è anche più feroce ma questo s’origina dalla genesi del nostro avanzare!
Che possono fare se non usare una rabbiosa reazione?  E’ il caso  di quel calabrese che, raggiunto un ospedale di Genova per curare il proprio figliolo,  è stato offeso e buttato fuori da un albergo! Lo chiamava pavido, il proprietario, perché non reagiva! Ha reagito con civiltà e legittimità lasciando quell’uomo alla legge.    
Credo che se resteranno immagini associate a certe parole di “luogo comune” si dovrà ancora subire ma per poco. Ma lasciamo la ripida discesa verso il cretinismo e parliamo della mia gente!
Dicevo del “luogo comune”!  Bisognerebbe, per onestà intellettuale, dire da dove e come nasce, il cosiddetto “luogo comune”, il   dire, il  pensare, il giudicare, quella cosa se non perché  essa pure esprime, tuttavia,  una  certa realtà. La realtà del "luogo comune"   non è necessariamente  vera.
Immaginatevi l’Agorà napoletana corrispondente, oggi, a piazza san Gaetano dove sorge la chiesa di San Paolo o dell’antico tempio dei Dioscuri. Era una piazza dove si commerciava, si incontravano centinaia di gente diversa per vesti e cultura provenienti da altri luoghi. Un giorno si giudicava quella merce o quel tale ma il giorno dopo il contrario. Ne veniva fuori un idea mista ma omogenea ,  frammentata ma  maggiorante! Per dir di quello che vendeva ad un turco si diceva quell'  infedele. Insomma il “Luogo” (piazza, agorà)”Comune” (mercato per tutti) era il giudizio vago ma identificativo di qualcuno o cosa.
Dunque, diamo senso alle cose e per la verità che maggiormente s’avvicina al reale. Insomma siamo quelli, quei nipoti di quegl'eroi, letterati, artisti, storici e matematici, uomini d'immenso intelletto libero e colto. Quelli che non mettono confini ai pensieri, siamo, oggi, il passato che si fa futuro. Siamo gli ex di costoro.
Non è un caso che la preposizione "ex"  seguita da un trattino indichi il “passato” ma anche dal latino “ fuori di, via da’”
Non è un caso  che “e-gregio” d'origine latina è  ĕx = FUORI  ed grĕx, gregis = GREGGE, ossia fuori dal gregge, fuori dai pecoroni sottomessi come non furono i nostri padri  su un bastione foracchiato baluardo di un regno a difesa di Roma.
Rassegnazione? Finiamola! Quel popolo è ancora qui, vibrante e pronto con la propria propositività con  il vanto degli EX.
arch. Bruno Pappalardo - Partito del Sud Napoli
     
  i pecoroni

giovedì 3 novembre 2011

Come si sperperano i nostri soldi

Guarda caso è proprio in Italia, il Paese con il terzo debito pubblico più alto al mondo, che ci imbattiamo negli stipendi e nelle pensioni dei politici più alti d'Europa. Uno studio del «Wall Street Journal» mostra che un parlamentare italiano nel 2010 guadagnava 11.704 euro al mese contro i 7957 dei colleghi del Parlamento europeo, 7668 dei tedeschi, 7100 dei francesi e 6350 degli inglesi. Il doppio del suo collega inglese e più dei colleghi americani. Nel mondo occidentale, i nostri politici sono anche quelli che ricevono maggiori benefici aggiuntivi tra i quali la residenza romana, aerei e treni e parrucchiere gratis, tutto a spese del contribuente. Alla fine del mese, indusi gli extra quali ad esempio il costo dei portaborse, intascano altri 8783 euro, che porta il totale a quasi 20.000 euro al mese. Un precario non li guadagna in un anno.
Dato che la gestione degli extra è a totale discrezione del parlamentare, non esiste alcun controllo per verificare se sono spesi nell'interesse della collettività. Una proposta da parte della deputata radicale Rita Bernardini per rendere obbligatori i rendiconti ha trovato solo 80 deputati a favore. Né la maggioranza né l'opposizione, dai capigruppo ai leader, vi hanno aderito.
I parlamentari hanno anche accesso a un sistema sanitario «deluxe» rispetto a chi li vota, che va dalle cure dentistiche ai massaggi shiatsu e alle terme, mentre uno dei provvedimenti d'immediata attuazione della manovra Tremonti inserisce, per noi comuni cittadini, il ticket di 10 euro per le visite specialistiche nella sanità pubblica. Nel 2010 la spesa per gli extra dei deputati è stata di 10,1 milioni di euro. E poi ci sono i pasti a Montecitorio sovvenzionati dal contribuente per un costo di 5,5 milioni di euro, e la tessera di un country dub in riva al Tevere. Dulcis in fundo, gli uffici fuori Montecitorio, sempre a spese nostre, nel 201 O ci sono costati 45 milioni di euro.
Anche quando non è più in servizio, pagare un politico italiano costa più che mantenere una Ferrari. Si ha diritto alla pensione dopo appena cinque anni di mandato con un assegno mensile «base» di 2486 euro, l'importo varia da un minimo del 20 per cento a un massimo del 60 per cento dell' indennità parlamentare, a seconda degli anni in carica. Il collega tedesco ne percepisce 961, e quello francese appena 780. E così, tra parlamentari attivi e in pensione, nel 2010 il costo complessivo della Camera dei deputati italiana è stato di un miliardo di euro mentre quello del Senato di 600 milioni. Da uno studio di Tito Boeri, pubblicato sul Wall Street Journal» a luglio 2011, risulta che dal 1948 a oggi i salari dei nostri deputati sono cresciuti in media ogni anno del 9,8 per cento contro il 13 per cento di quelli degli operai. Il triplo. E c'è la crisi! Non a Montecitorio.
La società civile è stanca e provata da una recessione che non accenna a finire ma soprattutto è stufa di una classe politica inetta che la deruba da decenni. Perfino nella stoica Gran Bretagna, lontana mille miglia dal Mediterraneo, il popolo è sceso in piazza per dire basta. In primavera i  giovani per protestare contro l'aumento delle tasse universitarie; a fine giugno è stata la volta dello sciopero generale degli statali contro l'aumento dell' età pensionabile e la riduzione delle pensioni. Si è trattato del primo grande sciopero in venticinque anni, vi hanno aderito tutti i sindacati e la stragrande maggioranza dei lavoratori. Poi ad agosto è scoppiata la rivolta nelle strade.
É ormai chiaro che la responsabilità del disastro economico che si è abbattuto sul Vecchio Continente non è circoscritta alle banche e alle società finanziarie. Il malgoverno ha permesso abusi e lasciati impuniti reati come l’evasione fiscale, che hanno contribuito all’impoverimento dello Stato. Quasi 300 miliardi di euro il valore totale dell'evasione e dell'economia sommersa in Italia, queste le stime ufficiali per il 2010 ma le cifre reali sono ben più elevate. Basterebbe tassare pesantemente questa ricchezza per azzerare il deficit di bilancio e portare simultaneamente il debito pubblico sotto il tetto del 100 per cento del Pil. Ma non succede. Perché?
L’Italia, con una delle più alte percentuali di evasori al mondo, ben illustra le difficoltà e le contraddizioni delle politiche fiscali europee: Tremonti vara lo scudo fiscale e «perdona» il reato di evasione ma poi lascia che la maggior parte dei fondi «ripuliti» rimanga all' estero, non condiziona lo scudo al rimpatrio a lungo termine. Così, con pochi, semplici clic, i soldi degli evasori sono entrati sporchi e subito dopo sono usciti puliti. Solo una piccolissima percentuale dei beni cosiddetti «scudati» è rimasta in patria. Allora a cosa è servita quest'operazione? Se lo domandano in molti in Europa e nel resto del mondo. Nel frattempo, per mascherare questo gigantesco fiasco a favore dei truffatori, in Italia si aumentano le aliquote su chi paga le tasse, ormai le più alte in Europa. Al netto dell' evasione fiscale, e quindi sul gettito complessivo delle entrate del fisco, la pressione fiscale in Italia è del 53 per cento. È giusto tutto questo? Gli Indignati italiani e i cugini mediterranei hanno già una risposta sicura.
Se i Pigs fossero imprese e i loro parlamenti un consiglio di amministrazione, i soci li avrebbero già buttati fuori tutti. E invece, come in un perverso gioco della sedia, al governo si alternano le stesse facce e si perseguono le stesse politiche. Prendiamo, ad esempio, la spesa per la difesa. Da anni la super deficit aria Grecia spende più del 2,5 per cento del Pil per armarsi contro nemici immaginari. Perché nessuno ha pensato a ridurre questa voce di bilancio?
Un discorso a parte va poi fatto per le fondazioni. Perché si moltiplicano, a nome di politici più o meno in carica, istituzioni che non risolvono certamente i mali economici del continente? Negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferare di think tank, termine altisonante sotto cui si nascondono le solite lobby delle oligarchie del denaro, spesso finanziate dalle grandi multinazionali come la Monsanto americana. Da dove arrivano però i soldi per gestirle? Dallo Stato, naturalmente; uno Stato che non è affatto meno presente nell' economia rispetto al passato, ai tempi del Welfare State. Piuttosto la sua partecipazioni ha scopi diversi.
Oggi i nostri soldi vengono letteralmente sperperati attraverso un complesso sistema di appalti che distribuisce il denaro pubblico a società di comodo gestite da amici, familiari e compari delle élite politiche. In Italia e in Spagna la lista degli scandali immobiliari di questo tipo è lunghissima ci vorrebbe un'enciclopedia per elencarla tutta. Il movimento israeliano 14 Luglio denuncia la medesima speculazione e lo fa dando vita a una serie di tendopoli nelle piazze di Tel Aviv. Il suo slogan è «Case accessibili a tutti».
Lo  Stato ormai appalta anche le mansioni degli impiegati ministeriali, altra categoria di lavoratori garantiti dove abbondano gli sfaccendati. E questa pratica è diffusa non solo in Italia e in Spagna, ma anche in Grecia e Portogallo. Ce lo spiega Elena, una precaria italiana.
Sono laureata a pieni voti e ho un master in comunicazione. Lavoro da quattro anni per il ministero dell'Agricoltura, mi occupo di relazioni esterne e promozione dell'immagine, però non sono una ministeriale ma una precaria. Sono impiegata a tempo determinato da una cooperativa alla quale il ministero subappalta una serie di lavori che i ministeriali ormai non svolgono più. Si tratta naturalmente di un escamotage per servirsi dei precari e deviare una parte della spesa pubblica verso aziende private, che sono "vicine" alla classe politica.
Se avessi un contratto a tempo determinato con il ministero dopo un certo periodo di tempo scatterebbe automaticamente l'assunzione a tempo indeterminato, lo dice la legge. Appaltando i lavori a imprese esterne si aggira la norma. I miei contratti cambiano spesso proprio per questo motivo, sebbene da quattro anni faccia lo stesso lavoro nel medesimo ufficio, già sono stata assunta da due società diverse e ho firmato quattro contratti di lavoro distinti, anche per la durata di solo sei mesi, i cosiddetti contratti CO.co.pro.»

FONTE: Dott. Beppe De Santis, Segretario Nazionale Partito del Sud

Muti: «”grazie Spagna” perchè Napoletano»

brillante discorso identitario del Maestro premiato a Oviedo


Angelo Forgione -
Lo scorso 21 Ottobre si è svolta ad Oviedo in Spagna la cerimonia di premiazione dei prestigiosi Premi “Principe de Asturias”. Tra i premiati, il Maestro Napoletano Riccardo Muti, vincitore all’unanimità del premio per le arti ”per la sua traiettoria di dimensione universale, vincolata ai migliori teatri del mondo, che riesce a trasmettere al pubblico il messaggio senza tempo della musica”.

Alla presenza del Principe Felipe de Borbón, della Regina Sofia della Principessa Letizia, Muti è stato protagonista al teatro Campoamor di un discorso di ringraziamento molto significativo col quale ha voluto testimoniare la felicità di ricevere il più prestigioso riconoscimento culturale di quella Spagna che ritiene importantissima nella sua formazione artistica.
Un elogio alla Spagna troppo Napoletano per essere pubblicizzato dai media italiani come avrebbe meritato il più grande portatore italiano di cultura musicale. E invece ancora troppo silenzio come per il Festival di Pentecoste a Salisburgo dove gli austriaci hanno apprezzato il messaggio musicale del ponte culturale tra l’Austria e il Regno delle Due Sicilie che ha poi formato artisticamente il genio di Mozart.
Un discorso significativo col quale ha rivendicato la propria identità e la propria Napoletanità, evidenziando l’importanza dell’incontro di culture, contrapposto alla chiusura e allo scontro troppo imperante nel nostro paese, capace di produrre benefici. Il Maestro ha voluto testimoniare la valenza culturale dell’incontro tra Napoli e la Spagna avviato da Don Pedro de Toledo e sublimato da quel Carlo III di Borbone, di madre italiana e padre spagnolo, capace di dare un impulso illuministico prima a Napoli e poi a Madrid, lasciando alla città partenopea un patrimonio culturale e un ramo familiare “di Napoli” (che in molti vorrebbero invece spagnolo) capace di raccoglierne l’eredità.
Dopo la protesta contro i tagli alla cultura in Italia, il rifiuto della cittadinanza romana per motivi politici e i trionfi di Salisburgo dove ha dato lustro alla scuola musicale Napoletana («l’Italia è sempre troppo lenta a far cultura mentre gli altri ci ammirano» denunciò il Maestro), Muti ha sottolineato ad Oviedo di sentirsi anche un po’ spagnolo perchè Napoletano.
Significative le chiavi di comunicazione anche ironiche con le quali ha “carezzato” la sete di cultura in Spagna e indirettamente bacchettato quella negata in Italia. Un bel sorriso della Regina Sofia di Borbone è stato inquadrato in primo piano quando Muti ha detto «Devo dire grazie alla Spagna perchè sono Napoletano». E altri sorrisi sono piovuti da tutti gli ospiti internazionali dopo l’aneddoto di mamma Muti che, in un’epoca in cui la strada centrale di Napoli si chiamava ancora “Roma” per decisione post-unitaria che ne aveva cancellato la storia, da buona Napoletana mandava il piccolo Riccardo “a Toledo” (oggi che è tornata al suo vero nome, molti la chiamano erroneamente “Roma”, N.D.R.). E poi la citazione dei quartieri spagnoli per arrivare al vanto e all’orgoglio partenopeo del direttore d’orchestra che ha ricordato che il Real Teatro di San Carlo, «il più bello del mondo», fu voluto da Carlo III di Borbone. Un incontro Napoli-Spagna che si rinnoverà con l’esecuzione prossima a Madrid del manoscritto “I due Figaro” di Saverio Mercadante, ritrovato nella biblioteca della capitale iberica dove il compositore lavorò nel 1826, quando la Spagna era considerata culturalmente “la più bella provincia italiana”… Napoletana.

FONTE:
  Blog di Angelo Forgione – Movimento V.A.N.T.O.

mercoledì 2 novembre 2011

BABY PENSIONATI,A SORPRESA VINCE IL NORD: 74.000 BABY PENSIONI CONTRO LE 17.000 DEL SUD..ALTRO CHE ROMA LADRONA!

Il Corriere della Sera del 26 aprile scorso pubblicava un compendioso articolo di Enrico Marro sulla disastrosa situazione delle “Baby pensioni”, ancor più accentuata dal vergognoso fenomeno delle pensioni privilegiate o d’annata, di cui si parla in un'intera sezione di questo sito.

Per capirci qualcosa di più, ho messo in tabella i numeri pubblicati dal Corsera che connotano l’iniquità della situazione venuta a crearsi.


Infatti, a sorprendere non è tanto l’esistenza (residuale) di baby pensionati, che per altro diverse categorie di lavoratori “producono” in ogni paese, vedi docenti, militari, poliziotti eccetera.
Piuttosto, a sorprendere è l’evidente situazione di privilegio accumulatasi nel Settentrione, che dimostra come tante contrattazioni sindacali e tante leggine fossero funzionali sono ad una parte dei lavoratori e solo in determinati territori.

Chi l’avrebbe mai detto che in Friuli Venezia Giulia, come in Liguria ed in Trentino, un abitante su settanta è un baby pensionato da un ventennio ormai, mentre in Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Lombardia ve ne è uno ogni 90-100?

E come farsi una ragione dei 5 miliardi e mezzo di Euro che da quasi due decenni prendono la via del Settentrione e dei suoi “fortunati”, mentre al Sud si sopravvive ancora con la pensione della nonna?



Calabresi discriminati in un hotel di Genova

Discriminati in un hotel di Genova perché calabresi. Incredibile ma vero. Sembra una storia di tempi passati e invece è accaduto pochi mesi fa a una coppia di professionisti che aveva portato il loro figlio all’ospedale pediatrico Gaslini per una sospetta leucemia fortunatamente poi scongiurata.
Il viaggio, affrontato dai genitori con notevole apprensione per lo stato di salute del proprio bambino, si è trasformato in un vero episodio di razzismo.
La coppia di cosentini aveva pernottato all’Hotel Tirreno (nella foto), in via dei Mille a Genova, la notte precedente al fatto. Il bambino era stato sottoposto a un intervento chirurgico in day hospital e quindi, già provato dall’esperienza ospedaliera. Quando la famiglia è rientrata in albergo, al piccolo sono cadute le patatine dal sacchetto che teneva in mano. La madre, che si trovava con lui in quel momento, ha presentato le scuse all’uomo che era alla reception e la storia sembrava finita lì. Invece poco più tardi, quando il padre è andato a chiedere la chiave della stanza dopo pranzo, l’uomo si è presentato come il proprietario della struttura e ha iniziato a inveire contro la famiglia di «terroni incivili» perché le donne pulizie avevano riferito di aver trovato dei pinoli nella loro camera. Il professionista cosentino ha chiesto se c’erano spese aggiuntive, che sarebbe stato disposto a sostenere, e invece l’uomo ha continuato a inveire con parolacce intimando loro di lasciare subito l’hotel. Anzi, con strafottenza ha pure apostrofato «minde futto di tutti voi e ve lo dico in terronese». Quindi ha preteso che venisse pagata anche la stanza prenotata per il giorno successivo. Tutta questa scena ha fatto scoppiare in lacrime il bambino, rimasto visibilmente scosso anche nei mesi successivi. Quando ha chiesto al padre se quell’uomo fosse cattivo, il proprietario dell’hotel è balzato in piedi nella guardiola rispondendo «Siete voi terroni tutti cattivi». Per evitare che la situazione degenerasse, la coppia ha deciso a quel punto di andare via e pagare la camera (a un prezzo maggiore di quanto hanno poi pagato nell’altro albergo, trovato con notevole difficoltà a causa della concomitanza di diversi congressi). Il soggetto genovese ha apostrofato ancora frasi come: « Vi conosco, voi terroni siete tutti così, incivili, cafoni e coglioni, mafiosi nella vostra terra e pecore spaventate fuori dalla Calabria», e ancora: «Con clienti come voi paurosi e coglioni, che vanno via e pagano lo stesso, io faccio soldi». Il professionista calabrese ha sporto querela.
«Ho preferito reagire e protestare non con la violenza – racconta l’uomo - ma con le armi pacifiche che lo stato e la giustizia italiana mi mette a disposizione. Sono pronto ad andare fino in fondo per salvaguardare i miei diritti, e quelli dell’intero Sud Italia. È assurdo che a 150 anni dell’unità d’Italia, costata tanto sangue e tanto sacrificio, per risolvere un problema serio di salute si debba andare da Cosenza a Genova affrontare, con l’animo affranto, spese e viaggio ed incappare in persone razziste. Nulla da eccepire per il trattamento che ci hanno riservato all’Istituto Gaslini di Genova, sia dal punto di vista medico che umano, sono persone preparate, gentili ospitali e disponibili, anche con i calabresi».
Annalia Incoronato

FONTE calabriaora.it

martedì 1 novembre 2011

Ecco il file che ‘incastra’ Renzi, guardate chi gli ha scritto il programma politico

Come e da chi sono state raccolte le 100 proposte lanciate da Matteo Renzi lo scorso week-end alla Leopolda? Chi è che ha redatto il programma del rottamatore che si candida a governare il Paese? Non certamente un personaggio nuovissimo né tantomeno un esponente della società civile. Aprendo le proprietà del file pdf messo online ieri sera sul sito della Leopolda2011 si scopre la risposta (http://leopolda2011.it/100proposte.pdf). L’autore del file è infatti uno dei più irriducibili interpreti del berlusconismo, il mago della tv Giorgio Gori (ex direttore di Canale5 e di Italia 1), presente assieme al supernuclearista Chicco Testa alla convention del rottamatore Renzi. A scoprire questo file è stato Gianluca Morganti.

E il programma arriva anche sul server di Mediaset

E GORI PRECISA…
Ecco come risponde Giorgio Gori sul suo profilo Facebook: “Che il mio Mac sia servito ieri sera per impaginare i testi delle proposte emerse nei tre giorni della Leopolda non mi pare una gran notizia! Ovviamente (come sa chiunque ci sia stato) le proposte sono invece venute da molte fonti diverse, e sono on line sul sito di Big bang perché chiunque le possa commentare e integrare. Ciao!”

 
FONTE: letteraviola.it

Quelle fortezze-carceri dove i «terroni» morivano decimati da stenti e malattie

L’odissea dei soldati borbonici in mano ai piemontesi

ERANO Oltre 25 mila

Quelle fortezze-carceri dove i «terroni» morivano decimati da stenti e malattie
L’odissea dei soldati borbonici in mano ai piemontesi

L’ultimo re delle Due Sicilie, Francesco II, con la moglie Maria Sofia
Fu subito chiaro che la maggioranza dei soldati borbonici aveva mantenuto sentimenti di fedeltà verso i Borbone. Per questo, finita la guerra ed avendo onorato la loro bandiera, quegli uomini si consideravano sciolti da ogni giuramento e impegno militare, così come era avvenuto al termine di ogni conflitto bellico, in tutte le epoche storiche e per qualsiasi truppa sconfitta. Credevano di essere in diritto di tornare nelle loro case, nella loro Patria. Ma dimenticavano che non avevano più Patria, almeno non quella per cui avevano rischiato la vita. Il loro passato non esisteva più e non avevano diritto al riposo. Si assegnava loro solo il dovere di servire il nuovo re. Ma i caprai, i contadini, i piccoli artigiani delle campagne meridionali non ne comprendevano le ragioni: poco sapevano di Unità d'Italia, per loro esistevano solo le radici e la dinastia cui avevano creduto. Il neonato Governo unitario sperava sempre di poter recuperare alle armi la maggioranza delle migliaia di prigionieri catturati in 5 mesi di guerra e convincere gli «sbandati» a presentarsi al Comando provinciale di Napoli, per concludere la ferma militare sotto le bandiere italiane. I prigionieri di Capua, del Volturno, del Macerone, del Garigliano e di Mola erano gli uomini su cui aveva puntato Cavour dopo il Plebiscito, per un possibile potenziamento numerico dell'esercito nazionale. A pochi giorni dalla caduta di Gaeta, ammontavano a 24 mila soldati e 1700 ufficiali. Erano stati trasferiti al nord, dove furono rinchiusi in centri di accoglienza: Milano, Alessandria, Torino, Genova, Bergamo, Rimini, Brescia, le destinazioni. Sporche, mal vestite, poco nutrite queste colonne di vinti transitavano nelle loro prigioni, senza conoscere il loro destino. Non esisteva ancora la convenzione di Ginevra, ma solo delle prassi di trattamento dei prigionieri di guerra, più o meno rispettate dai vari Paesi. D'altro canto, i napoletani erano stati catturati nel corso di un conflitto mai dichiarato.
Luigi Farini
Il Governo Cavour cercò di capire chi fossero e che idee avessero i soldati tenuti prigionieri al nord. Appena due settimane dopo la caduta di Capua, il primo ministro piemontese inviò il generale Alfonso La Marmora ad ispezionare la Cittadella di Milano, dove erano rinchiusi i militari borbonici, per avere un rapporto sui soldati napoletani e sulla possibilità di arruolarli nell'esercito nazionale. La relazione del generale sardo fu un misto di disprezzo e razzismo. Il 18 novembre 1860, comunicò le sue valutazioni a Cavour: «I prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Di 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prender servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d'occhi e da mali venerei… dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Ieri a taluni che con arroganza pretendevano il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano di servire, che erano un branco di carogne, che avremmo trovato il modo di metterli alla ragione». Cavour rimase molto impressionato. Tre giorni dopo aver ricevuto il documento di La Marmora, scrisse a Luigi Farini, luogotenente del re a Napoli: «Il trattare tanta parte del popolo come prigionieri non è mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni del Regno. Il pensare di trasformarli in soldati dell'Esercito nazionale è impossibile e inopportuno».
Alfonso La Marmora: la sua relazione sui prigionieri fu un misto di disprezzo e razzismo
Prigionie di mesi, in condizioni difficilissime e con il continuo ricatto morale dell'arruolamento. Molti tornarono, per raccontarlo. In tanti vi morirono. Ma, fino alla capitolazione di Gaeta, si era di fronte a situazioni non regolate da accordi. Quello che avvenne dopo il 13 febbraio 1861 fu invece un vero e proprio arbitrio. Molti ufficiali furono tenuti nelle carceri del nord parecchi mesi. Alcuni non tornarono più a Napoli, trasferendosi a Roma. Altri si isolarono nella loro vita privata. A porre fine giuridicamente alla persecuzione nei loro confronti, arrivò l'amnistia disposta dal re nel 1863, concessa soprattutto come atto di riconciliazione verso i garibaldini dopo l'Aspromonte. Ma le sofferenze dei soldati napoletani continuavano. Oltre ai centri di raccolta, i piemontesi avevano realizzato due veri e propri campi di prigionia. Il più noto era nell'inaccessibile fortezza di Fenestrelle, vicino Torino. Se la maggior parte dei soldati borbonici prigionieri veniva considerata irrecuperabile, con scarse possibilità di inserimento nell'esercito nazionale, allora bisognava cercare di "rieducare" i più irrequieti, tenendoli lontani dai loro paesi, dove avrebbero potuto alimentare la ribellione armata. Un obiettivo affidato al regime detentivo. Le carceri più dure furono istituite essenzialmente nel forte di San Maurizio Canavese e nella fortezza di Fenestrelle (...).
Nel forte di San Maurizio Canavese, fu deciso di inviare tutti i recalcitranti alla leva militare, i cosiddetti soldati «sbandati», smistati anche nella Cittadella di Milano, l'attuale Castello sforzesco. Ma vero campo di repressione fu quello di Fenestrelle, a 1200 metri di altezza nell'imbocco della Val Chisone, fortezza diventata prigione dalla fine del '700 (...).

Fortezza piemontese di Fenestrelle
Formata da una serie di roccaforti in successione, quasi incastrata tra le montagne, Fenestrelle venne costruita ai primi del '700 dai Savoia per difendere i confini del Regno. Scrisse, nel confermare il ruolo di quella fortezza nei confronti dei soldati napoletani, la Civiltà cattolica: «Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad uno spediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e di altri luoghi posti nei più aspri siti delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento tra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro giuramento militare ed al legittimo Re!». Il 22 agosto del 1861, pur provati e affamati, i soldati napoletani tenuti a Fenestrelle tentarono una rivolta. Prepararono un piano d'azione, ma vennero scoperti, subendo una dura repressione. Ai rivoltosi venne sequestrata anche una bandiera borbonica. In quel periodo, i napoletani detenuti nella fortezza erano 1.000, mentre altri 6.000 erano ammassati a San Maurizio, sotto la vigilanza di due battaglioni di fanteria. Dopo la rivolta stroncata sul nascere, a Fenestrelle vennero inviati soldati di rinforzo per vigilare i prigionieri. Persisteva in quei prigionieri la volontà di non cedere alla situazione di disagio in cui si trovavano, rifiutandosi di accettare l'arruolamento nel nuovo esercito. Nonostante vivessero in condizioni igieniche precarie ed il cibo venisse loro lesinato. Chi, ridotto allo stremo, accettava di arruolarsi, tornato libero, disertava quasi subito. Liberati dai campi di prigionia, i napoletani si allontanavano, fuggendo nello Stato Pontificio, o dandosi allamacchia e ingrossando le bande di briganti nelle loro terre di origine. A centinaia però non riuscirono a tornare dai campi del nord, dove trovarono la morte. A Fenestrelle, la calce viva distruggeva i cadaveri di chi non ce l'aveva fatta a superare il rigore del freddo ed a sopportare la fame (...). L'ospedale della fortezza era sempre affollato. E, nei registri parrocchiali, vennero annotati i nomi dei soldati meridionali deceduti dopo il ricovero in quella struttura sanitaria (...). Ma i nomi registrati non corrispondevano a tutti i prigionieri morti in quegli anni. Per motivi igienici ed essendoci difficoltà a seppellire i cadaveri, molti corpi vennero gettati nella calce viva in una grande vasca, ancora visibile, dietro la chiesa all'ingresso principale del forte.
(dal libro I vinti del Risorgimento, Utet 2004 - capitolo 9: «I destini del soldato napoletano»)
Gigi Di fiore

FONTE  corriere.it

President Obama at National Italian American Foundation Gala


At the National Italian American Heritage Foundation Gala, President Obama said, "We’ve always been and we will always be a nation of immigrants from all over the world. And out of many, somehow we’re able to forge ourselves into one people; and this is the place where the highest hopes can be reached, and the deepest and most sincere dreams can be made real."

FONTE: whitehouse.gov

In forse il ponte sullo stretto di Messina

Il governo, forse per non andare sotto alla Camera, appoggia una mozione Idv che prevede l'eventuale soppressione dei finanziamenti per gli anni 2012 e 2013


Una simulazione del Ponte sullo stretto di Messina (Ansa)
Una simulazione del Ponte sullo stretto di Messina (Ansa)
MILANO - È un cerchio che si chiude. Il ponte sullo stretto di Messina non si farà (forse mai più) per volontà non dell'opposizione, ma del governo. L'aula della Camera ha approvato una mozione dell'Italia dei valori che impegna il governo alla «soppressione dei finanziamenti» previsti per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina. Il testo è passato con il parere favorevole del governo, probabilmente preoccupato in caso di parere contrario di essere battuto nuovamente alla Camera. ADDIO AL PONTE - Alcuni giorni fa del resto anche l'Europa aveva detto un no secco al sogno del ponte dello Stretto, non includendolo tra le opere pubbliche destinate a ricevere finanziamenti comunitari nel nostro Paese. La mozione, approvata con l'astensione della maggioranza, ha ricevuto parere favorevole da parte del governo, nonostante l'Idv non avesse accolto le modifiche chieste dal viceministro Aurelio Misiti. La mozione approvata impegna l'esecutivo «alla soppressione dei finanziamenti che il governo ha previsto per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, pari complessivamente a 1 miliardo e 770 milioni di euro, di cui 470 milioni per il solo anno 2012 quale contributo ad Anas per la sottoscrizione e l'esecuzione - a partire dal 2012 - di aumenti di capitale della società stretto di Messina». Lo scorso 16 ottobre, il ministro delle Infrastrutture aveva detto che il ponte sullo stretto di Messina verrà realizzato «a prescindere dall'eventuale finanziamento della Ue, in quanto le risorse per il manufatto saranno reperite sul mercato, come previsto dal piano finanziario allegato al progetto definitivo». Il ponte - aveva puntualizzato - per il governo resta «una priorità essenziale per lo sviluppo del sistema dei trasporti dell'Italia».
LA SOCIETA' STRETTO DI MESSINA - Ma c'è chi ritiene che non sia stata scritta l'ultima parola. La Società Stretto di Messina ritiene infatti che «il voto favorevole della Camera dei Deputati sulla mozione presentata dall'Italia dei Valori, inerente le misure a favore del trasporto pubblico locale, non pregiudichi lo stanziamento dei fondi già previsti per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina, ciò anche alla luce delle valutazioni espresse al riguardo dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli». Lo precisa la società in una nota.

FONTE corriere.it

Bossi: «Bisogna fare le gabbie previdenziali, al nord danno più di quello che ottengono, mentre al sud danno poco e ricevono di più. Non ancora salvi dal default»

la ricetta anticrisi del senatur alla sagra della zucca di pecorara (piacenza)

«Facciamo le gabbie previdenziali»

Bossi: «Bisogna fare le gabbie previdenziali, al nord danno più di quello che ottengono, mentre al sud danno poco e ricevono di più. Non ancora salvi dal default»


Umberto Bossi (Ansa)
Umberto Bossi (Ansa)
MILANO - Una nuova idea da parte della Lega che animerà il dibattito sulle misure anticrisi. «Bisogna fare le gabbie previdenziali, è una bella idea, al nord danno più di quello che ottengono, mentre al sud danno poco e ricevono di più». È la proposta lanciata dal leader della Lega Umberto Bossi, che ne ha parlato alla Sagra della zucca di Pecorara (Piacenza). DEFAULT - «Le tasse permettono di mantenere un pubblico impiego sterminato, milioni di persone vivono alle spalle del nord, ditemi se è un Paese che può durare, Io ho i miei dubbi, non basta metter fuori la bandiera tricolore» ha aggiunto Bossi che poi ha risposto ad un militante che diceva «Ci hai salvato dal fallimento» con una frase secca «Non ancora». «Milioni di persone vivono alle spalle del nord - ha detto ancora Bossi -. Ditemi se questo è un Paese che può durare. Nessuno è mai riuscito a mandare a picco il nord. Siamo abituati a lottare. Il nord è la prima forza industriale d'Europa». E ha aggiunto unendosi al coro dei militanti: «Padania libera è il grido che fa tremare quei coglionazzi del centralismo romano. Certo, loro sono forti. Hanno i giornali e i giornalisti. Ma nessuno può fermare i popoli».
ATTACCO AI GIORNALISTI - Poi da Bossi è arrivato l'ennessimo attacco ai giornalisti e, in particolare, a quanti scrivono sulla sua famiglia. «Prima o dopo vi spacco la faccia o vi denunciamo», ha attaccato il leader della Lega Nord. «Verrà un giorno in cui la gente vi piglia per il collo - ha minacciato il Senatur - attenti, c'è un limite alla critica, fino adesso l'abbiamo accettato, ma prima o poi viene il momento della rabbia». «Chi ha la rabbia sono loro - ha poi proseguito il Senatur riferendosi ai cronisti - graffiano la pagina con le loro balle». «Non possiamo neanche denunciarli - ha sostenuto il leader della Lega - perchè i magistrati sono dalla parte loro».
TREMONTI - Sempre alla sagra della Zucca è poi intervenuto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. «Sta venendo il tempo per mettere il cuore, la ragione al posto del saggio di interesse, per mettere il pane al posto delle pietre, per mettere l'uomo al posto dei lupi» ha detto il titolare del Tesoro.

FONTE corriere.it